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Contrasti tra Amore e Morte

Guitti, flagellanti, clerici vagantes, madonne e fraticelli tornano in piazza, ridando vita, attraverso la letteratura e la musica duecentesca, ai lazzi, le burle i lamenti e i riti che costituiscono le radici del nostro teatro colto, evidenziandone la matrice rituale e popolaresca.

Lo spettacolo è costruito all’insegna del concetto di “teatralità allargata” senza il quale sarebbe probabilmente impossibile parlare di “Teatro” nel Medioevo, ma che per contro permette all’attore contemporaneo di cimentarsi con moduli linguistici desueti che vedono nella processione, nel quadro vivente, nell’atto dell’autoflagellazione o della professione enfatica di fede, nella concione o nella burla carnevalesca, dei nuovi strumenti di rappresentazione e di rapporto con il pubblico, e un mezzo per il recupero del concetto primitivo di teatralità che vede nell’esporsi, nel suggestionare o dissacrare a qualunque costo, le radici della nostra recitazione popolare.

I testi che compongono la pièce (quasi tutti anonimi e scritti nei volgari dell’epoca) provengono dal repertorio dei canti processionari dei flagellanti, delle laude, e delle sacre rappresentazioni - “…che nel Rinascimento diedero vita ai primi allestimenti teatrali propriamente detti… ”(Toschi) - ma anche dall’ambito rigoglioso della poesia giullaresca, facendo man bassa dei coloriti contrasti amorosi che da Ciullo d’Alcamo a Cecco Angiolieri, procedono da una scrittura dal tratto bidimensionale a momenti e dialoghi dal sapore sempre più marcatamente teatrale; ciò senza tralasciare le atmosfere goliardiche e i lazzi dei “clerici” d’oltralpe, che con i loro canti dissoluti – tratti dalla raccolta di Buren – ci descrivono una filosofia di uomini colti, in grado di comporre complessi giochi di parole in una lingua mista di tedesco e latino, comunque dediti alla gozzoviglia e sempre incalzati dalla paura della morte.


Lo spettacolo, oltre che su di un palcoscenico classico, si presta ad essere rapprsentato in spazi scenici non tradizionali sotto forma di performance itinerante. I centri storici medievali, le piccole piazze raccolte, il sagrato delle chiese sono quindi scenografie naturali perfettamente adatte ad accoglierne i diversi momenti scenici.

Una versione particolarmente riuscita è quella ambientata nella “Taverna” sotto forma di cena, nella quale gli attori - avventori e inservienti della locanda - partecipano al servizio ai tavoli, dando vita ad un ritualedi “ultima cena” che “ol Jesus” non avrà vergogna a condividere con sanguigni commensali dal tratto popolare.
 
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