Tre fratelli adolescenti – Lalo, Cuca e Beba – rinchiusi in una “cantina” – o “l’ultimo sgabuzzino della casa” – giocano ossessivamente ad un gioco allucinante: l’assassinio dei propri genitori. Nell’attuarlo, in forma quasi psicodrammatica, assumono i ruoli degli assassini, delle vittime, dei vicini curiosi, della polizia che indaga, dei funzionari del processo - a cui intervengono, in qualità di testimoni, gli stessi genitori uccisi.
La pièce, dai toni grotteschi, con richiami evidenti al teatro dell’assurdo, immersa in un contesto tutto sudamericano anni ‘50, è in grado di proporsicome “uno psicodramma sociale centrato sull’assassinio rituale quale simbolo della liberazione definitiva, e nello stesso tempo dell’impotenza degli adolescenti a liberarsi definitivamente dall’abbraccio del passato...”.
Quando l’assassinio rituale e immaginario sarà stato perpetrato sulla scena, quando i giovani ossessi avranno riconosciuto che tutti i personaggi, quelli “recitati” - i genitori – e quelli “recitanti” – i figli – sono tutti egualmente vittime, il gioco riprenderà senza soluzione di continuità in un alternanza di accusa-difesa che ci indica come unica azione esistenziale possibile il moto di coscienza.
“La notte degli assassini ci fa assistere, più ancora che all’assassinio immaginario dei genitori, allo scacco di questo assassinio e alla tragica dimostrazione della sua inefficacia”.
Scritta nella seconda metà del ’64, vincitrice del Premio Casa de las Americas 1966, del Festival del Teatro Latino-americano del ’67e presentata nello stesso anno in Italiaal Ridotto de la Fenice di Venezia al Festival Internazionale della Prosa, la Notte degli Assassini viene ora riproposta nella collaborazione PTA-Architortiin una chiave linguistica che privilegia la scomposizione evidenziata e la coesistenza parallela dei diversi elementi della messinscena – parola, movimento, musica – esplorando un campo semantico alternativo all’opera lirica in cui teatro e musica assumano importanza equivalente. |